
Sui nonluoghi di Marc Augé: il turismo a Napoli
Orde di gambe nude rosa, patinate di bianco-giallastro color protezione solare, che si muovono tra strade strette, antiche e impregnate di storia orgogliosa. E che mangiano. Le gambe mangiano di continuo. Aprono le bocche – poco più sopra della gambe – e ingurgitano fritti e pietanze che con la storia di Napoli non hanno niente a che fare. Le antiche strade soffrono sulle schiene il peso di milioni di gambe che camminano senza sosta e di milioni di bocche da sfamare. Loro, le gambe e le bocche, non si lasciano certo spaventare dai 43 gradi percepiti a Via Toledo! Loro hanno un piano ben definito: consumare, cibarsi, consumarsi, scattarsi fotografie, annientarsi, sporcare.
Non parliamo dei turisti, parliamo del turismo. Sia chiaro.
Ieri 24 luglio è passato a speriamo-miglior vita Marc Augé, antropologo, filosofo e sociologo francese divenuto una vera e propria celebrità nel mondo accademico (e non) per aver coniato una parola: i nonluoghi.
Cosa sono i Nonluoghi di Augé?
Agli inizi degli anni ’90, dopo aver intrapreso dei viaggi studio in Africa – soprattutto in Costa D’Avorio – Marc Augé comincia ad analizzare la città e si occupa di sociologia metropolitana. L’antenato di questo genere sociologico-filosofico potremmo individuarlo in George Simmel e nel suo La Metropoli e la Vita dello Spirito, che ci parlava di blasé, ovvero della tensione che esiste tra l’affermazione di una propria individualità e la sovrastimolazione che vive il cittadino metropolitano. Il cittadino, in sostanza, muta per forza di cose la propria individualità schiacciato da una cultura metropolitana oggettivata e omologata, facendo proprio un atteggiamento indifferente, che spesso culmina nella solitudine.
Marc Augé, intanto, nel 1992 pubblica un saggio, “Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità”. Già nel titolo troviamo due parole coniate dal sociologo la francese. La prima, la più famosa, è Nonluoghi.
Il nonluogo è uno spazio urbano-metropolitano, senza alcuna identità, di utilizzo transitorio e impersonale, di stampo consumistico, pensato per essere carente di qualsiasi relazione sociale. Questo spazio, dunque, è privo di tradizioni e di storia.
L’esempio emblematico di un nonluogo è il centro commerciale. Non ha storia, non ha identità, è individualistico, consumistico e non esistono relazioni sociali; al massimo troviamo delle interazioni tra gli attori. Altri esempi sono le autostrade, i mezzi pubblici, gli hotel.
Il nonluogo si contrappone al luogo antropologico. Un esempio di luogo antropologico può essere la piazza, per dirne una.
Forse Simmel direbbe anche la piazza di una grande città potrebbe essere catalogata in un nonluogo augeiano. E questo lo vedremo più avanti.
Surmodernità di Marc Augé
La seconda parola coniata da Marc Augé è, dunque, surmodernità. Ed è davvero parecchio interessante.
La surmodernità per il sociologo fa riferimento al superamento della fase postindustriale e alla globalizzazione senza freni. Per esemplificare, Augé ci dice che la surmodernità è contraddistinta da 3 elementi principali:
- Eccesso di tempo: c’è così tanta sovrabbondanza di fatti, eventi e avvenimenti nel mondo contemporaneo che il tempo, per noi esseri umani, appare troppo veloce e sempre troppo poco;
- Eccesso di spazio: da un lato troviamo il restringimento degli spazi grazie anche alla corsa allo spazio. Inoltre, la modernità e la tecnologia rimpiccioliscono il pianeta che, utilizzando i nuovi mezzi di trasporto veloci, diventa sempre più piccolo;
- Eccesso di ego: i mezzi tecnologi contemporanei creano poche o deboli relazioni, dando vita a nuove forme di individualismo.
Questi tre elementi, per la sociologia di Augé, delineano quindi una nuova era della modernità. La domanda che mi pongo io e che porrei al caro sociologo francese è: come impatta questa analisi sul turismo?
Il turismo sta trasformando le città in nonluoghi?
Ebbene, di turismo, Augé ne ha parlato nel suo saggio del 1997 “L’impossible voyage. Le tourisme et ses images” che in Italia è stato tradotto con Disneyland e altri nonluoghi.
Il turismo è un fatto economico, e su questo abbiamo pochi dubbi. Un fatto economico che si nutre di cartoline omologate. Parliamo soprattutto della pubblicità, signori; in senso ampio, sia chiaro.
La pubblicità ci attira verso un luogo attraverso rappresentazioni degli spazi, dei luoghi e delle culture. La realtà è quindi deturpata. Ne prendiamo un pezzettino e realizziamo una cartolina funzionale economicamente.
Un esempio – che poi si ricollega molto bene anche al concetto di nonluogo – è il resort in paesi in via di sviluppo. In un resort in Africa, per dirne una, ci ritroviamo in un nonluogo sicuro, omologato, che potresti trovare in qualsiasi altra parte del mondo e, soprattutto, privo di ogni relazione sociale con gli autoctoni. Le poche interazioni sono cliente-fornitore.
“Il mondo esiste ancora nella sua diversità. Ma questa ha poco a che vedere con il caleidoscopio illusorio del turismo. Forse uno dei nostri compiti più urgenti consiste nell’imparare di nuovo a viaggiare, eventualmente nelle nostre immediate vicinanze, per imparare di nuovo a vedere”
Augé risolve la problematica, quindi, proponendo un nuovo modo di viaggiare che, in realtà, si rifà al vecchio, alle modalità di viaggio antecedenti alla surmodernità, dove al centro non vi è il luogo in sé ma le relazioni che ne scaturiscono.
Riassumendo, possiamo dire che il turismo utilizza delle immagini stereotipate per diffondere e alimentare finzioni “illusorie” sui luoghi.
E finalmente dopo tutto ‘sto pippone arriviamo alla situazione Napoli.

Napoli e i nonluoghi: come siamo diventati così?
Mi collego subito alla questione turismo per Marc Augé.
A Napoli non abbiamo un turismo di qualità. Di recente ne ha parlato anche Le Monde.
Le fantomatiche immagini stereotipate ma illusorie che affascinano i turisti di tutto il mondo ormai, riguardano principalmente tre cose:
- Il cibo;
- Il mare;
- Il folklore;
Cominciamo dal cibo.
I turisti a Napoli sono ossessionati dal cibo. Mangiamo a tutte le ore e dappertutto. Sporcano a ogni ora del giorno e fotografano entusiasti i loro morsi sotto il caldo rovente. Il nonluogo per eccellenza di questa prima fotografia è Via Toledo.
Strada principale di Napoli, Via Toledo è il fulcro del fast food privo di tradizioni e identità.
Una cosa interessante è che i turisti che vengono a Napoli spesso associano alla città partenopea anche pietanze che non hanno niente a che vedere con la tradizione gastronomica napoletana e campana. Un esempio? L’arancino (o arancina) e tutti i fritti in generale che sì, a Napoli si mangiavano, ma non erano e non sono di certo il fiore all’occhiello dell’apprezzatissima cucina di questa città.
Per quanto mi riguarda è parecchio avvilente entrare in una taverna tipica napoletana di Piazza Municipio e trovare a menù la Carbonara. Non farò il nome ma, credetemi, questa taverna è tra le più apprezzate di Napoli anche dal sottoscritto.
Per curiosità chiesi spiegazioni alla proprietaria, con cui c’è un rapporto, e la risposta fu tanto rapida quanto scontata: “dobbiamo avere questa roba a menù per i turisti, anche perché spesso credono che la carbonara sia tipica napoletana”.
Mi dispiacque molto in quell’occasione constatare che il primo piatto fatto fuori per far posto alla carbonara fu lo scarpariello, pasta storica napoletana.
La signora non ha alcuna colpa, è ovvio. Ma andiamo avanti.
Parliamo adesso del mare.
Napoli è una città di mare, certo. Ma non è di certo un luogo particolarmente indicato per godere di qualche bella giornata in riva al mare o di un tuffo rinfrescante. A meno di spostarsi dal centro, è ovvio.
A Napoli centro, dal lato di Posillipo, (che comunque è già qualche chilometro lontana dal centro storico) ci sono dei posti carini per fare il bagno e rilassarsi un po’ al mare. Ma siamo tutti d’accordo nel dire che il mare a Napoli si vive più nelle sue vibrazioni, nei suoi odori e nel suo essere simbolicamente centrale.
Negli ultimi tempi, in qualsiasi quartiere della città, puoi beccare ragazze che camminano in costume, con i capelli bagnati, come se il centro storico di Napoli fosse il centro storico di Monopoli o Gallipoli, luoghi dove per l’appunto il mare si vive soprattutto in senso stretto. Perché? Perché una delle cartoline illusorie che vendono all’estero riguarda proprio questo. Napoli = Mare.
Il rapporto simbolico che ha questa città con il mare è molto, ma molto più profondo di quello che vendono all’estero. Ma è un pur vero che è qualcosa di difficile comprensione e, quindi, di difficile pubblicizzazione.
Spesso, nelle mie tratte in metro per andare e tornare da lavoro, vedo persone tornare dal mare. Direte che un po’ le invidio. Questo sì. Eppure, quando li sento parlare tra di loro capisco che hanno una visione parecchio distorta del mare a Napoli, soprattutto gli Americani, ben lontani dalle nostre favolose spiagge mediterranee.
Parliamo adesso del folklore, che vede come protagonista il centro storico e i quartieri spagnoli. Faccio una premessa: fino a 10 anni fa circa per moltissimi napoletani anche solo entrare nei quartieri spagnoli era sintomo di audacia (e/o follia).
Oggi i Quartieri Spagnoli sono stati presi d’assalto da bed and breakfast, piccoli hotel, ristoranti turistici e bar per gli aperitivi. D’improvviso, oltretutto, Maradona è diventato un feticcio anche per il mondo borghese, e il suo murales proprio nei quartieri spagnoli è diventato un must da visitare della città. Da un lato quello che è successo ai Quartieri è qualcosa di importante. Non è più (almeno in superficie) un luogo da cui riguardarsi. Ci sono più posti di lavoro e più possibilità anche per chi vi è nato. Insomma, qualcosa di buono da annotare ce l’abbiamo!
Al centro storico, invece, la situazione è ben peggiore. Sia per esperienza personale sia per l’esperienza di chi vive lì da decenni, ormai non è rimasto niente o quasi di autentico. Prima il centro storico di Napoli era famoso, oltre che per le sue bellezze storiche e culturali, anche per librerie e negozi di strumenti musicali, tra Port’Alba e Via San Biagio dei Librai. Oggi, invece, quasi ogni settimana una libreria lascia spazio all’ennesimo bar per turisti e i negozi strumenti musicali a San Biagio ne sono oramai un paio. Questo è un dramma.
A San Biagio dei Librai e più in generale al centro storico, è nato il Napolitan Power, per dirne una. Pino Daniele, Enzo Gragnaniello, James Senese, Enzo Avitabile, Daniele Sepe e moltissimi altri che hanno influenzato la storia della musica italiana e europea. Napoli è stata l’unica città italiana in cui la musica tradizionale – oggi patrimonio dell’UNESCO – si è trasformata in qualcosa di più ampio, tra blues, jazz, folk e musica popolare.
Al centro storico una porzione di castagne, magari perché il signore che te le vende nel frattempo urla in napoletano prendendoti per un turista, la paghi 6€. Camminando per il centro storico, inoltre, vedi sedicenti cantanti neomelodici affacciati a balconi di pizzerie, intenti a cantare canzoni non di certo identitarie.
Conclusioni
Tutto questo per arrivare a una conclusione.
La deriva del nonluogo – spazio a cui Augé ha dato un nome – serpeggia ormai anche nelle nostre città. Napoli, che è diventata amabile e famosa per il suo essere autentica, vera, piena di contraddizioni, si sta lasciando fregare proprio da questo.
Un turismo non controllato, come quello che vediamo oggi a Napoli, sfocia in un nonluogo, dove i paradigmi sociali sono figli di cartoline illusorie, foto di spritz ultra-sature sui social media e Mare Fuori.
Napoli ha in questo momento un turismo sbagliato, non sano.
Napoli è diventata palcoscenico nel senso meno nobile del termine, e gli attori sono gli stessi Napoletani che oramai fanno a gara a chi fa più il Napoletano a suon di esibizioni trash sia sui social media sia nella vita reale.

É più o meno un decennio che i comitati di quartiere gli studenti e le persone del centro stanno dicendo queste cose. Parliamo degli sfratti, parliamo della borghesia napoletana che è parassitaria e sfrutta ogni situazione per arricchirsi con cose che non le appartengono e sottopagando i lavoratori, perché parliamoci chiaro… chi ha i soldi per aprire un ristorante in centro? Andate a vedere via San Giovanni maggiore a pignatelli cosa è diventata. Una merda. Andate a vedere piazzetta Nilo cosa è diventata o via dei tribunali.
Verissimo
Salve,
Letto l’interessante articolo e condivido il pensiero.
Bisognerebbe partire da più lontano, dall’atavica questione dei trasporti che concentra tutto sul e nel Centro Storico. Una piccola soluzione potrebbe essere l’ ex provincia,oggi area metropolitana, che è praticamente attaccata alla città come fossero vari quartieri, dare aria e spazio alla città madre con lo smistamento del flusso turistico.
Zona centralissime come Piazza Mercato e zona Stazione dove la maggior parte degli appartamenti decadenti e piccoli è affittato a disperati. Magari lì sarebbe stata un’idea creare vari B&b.
Purtroppo il destino delle metropoli e di città importanti sembra essere questo. (esempio a Siviglia ho visto la stessa cosa)
Purtroppo il business è business.
Stiamo assistendo a un qualcosa che abbiamo già visto…
Un saluto
Salve a Lei. Sì, sono d’accordo. Non è facile uscirne, eppure ho letto che il Comune vuole provare a limitare l’apertura di nuovi fast food e bnb. Speriamo bene.
Ci sono molte cose condivisibili ma anche delle esagerazioni, in ogni caso condivido alcune delle conclusioni e mi chiedo, senza polemica, come dovrebbe essere il turismo sano a Napoli? Quali sarebbero le limitazioni da applicare per renderlo tale?
Salve. Ci sono molti articoli in rete che parlano di Overtourism e delle possibile soluzioni che i governi (nel nostro caso i comuni) potrebbero intraprendere. C’è tanto da fare. Altrimenti finiamo come Venezia, bellissima ma senz’anima.
Quanto vi brucia il culo
Ma hai letto l’articolo? Sai leggere? Hai letto che io sono napoletano? E credo proprio di essere un napoletano migliore di te, che restituisci tutti i cliché che ahimè, per colpa di gente come te, ce ne prendiamo carico tutti da decenni.
E su questa tua frase penso che si possa capire qual è la pasta.
Rileggi Augè, perché mi sa che o non hai capito la definizione di non luogo, oppure pur di dire la tua opinione (perdonami, ma povera come una Luis vitton da bancarella) hai volontariamente e maliziosamente violentato il suo pensiero.
Visto che lo spazio per i commenti è dato per esprimere opinioni mi permetto di dire la mia: c’è più dignità in selvaggia lucarelli.
In questo tuo commento io leggo:
1. Che tu senza conoscermi e dopo aver letto un solo mio articolo credi di sapere quale sia la mia pasta. Eppure non argomenti.
2. Mi chiedi di rileggere Augé e che la mia opinione è povera come una “Luis Vitton” da bancarella. Si scrive Louis Vuitton, non Luis Vitton. Prima di insultare qualcuno e chiedergli di rileggere un libro, forse dovresti saper fare almeno una ricerca su Google. Non trovi?
3. Dici che visto che lo spazio dei commenti è dato per esprimere una opinione, mi scrivi che c’è più dignità in Selvaggia Lucarelli. E lo dici senza per l’appunto spiegare quale sia la tua opinione, ma solo insultandomi ancora.
Visti questi tre elementi, io invece di te credo una cosa: credo che un’opinione dici di averla ma non ce l’hai. Credo che ti senti colpito personalmente da questo articolo e quindi sei tutto preso male. Credo che pure se avessi un briciolo di opinione non saresti in grado di argomentarla. Io avrei potuto non approvarlo il tuo commento, invece l’ho fatto. E l’ho fatto perché ti sei preso in giro da solo, per quanto patetico e ridicolo.
Sei un grande.