
Era solo la vita di Raffaele Cars / Vincitore del concorso Tennis Writing
Questo racconto, Era solo la vita, ha vinto la prima edizione del concorso Tennis Writing. Specifico che avevamo al massimo 4.000 caratteri spazi inclusi. Sì, davvero pochini. Questo racconto è stato poi pubblicato da Il Tennis Italiano, una delle riviste sportive più antiche al mondo. Buona lettura.
Era solo la vita di Raffaele Cars
C’è chi nasce pallone da calcio e viene acclamato finendo in una rete. C’è chi nasce palla da basket ed è pesante e si dimentica di esserlo, pesante intendo. C’è chi nasce essere umano e si dimentica di esserlo, umano intendo. Io sono nato pallina da tennis, in una fabbrica a 107 km da Bangkok. Il destino di noi palline da tennis è tutto in un tubo scuro con altre palline. Dopo aver scoperto di essere vivo guardai Mya e scoprii che se ero venuto al mondo c’era un motivo. Lei non era perfetta. La linea superiore era sbieca e nella parte inferiore il suo verde non era acceso come avrebbe dovuto essere.
“Foster”, mi disse, “Tu da grande cosa vuoi essere?”
“Ho scoperto solo cosa non voglio essere: non voglio finire in un tubo senza potermi muovere per tutta la vita, Mya”
“Questa è la vita” mi disse.
“La mia vita è insieme a noi. Scappiamo. Ci salveremo insieme”
Sentimmo 3 operai dire che noi eravamo le prescelte per gli US Open.
Ci proveremo, le dissi.
–
Feci in modo di finire nello stesso tubo di Mya. Eravamo nel furgone diretti agli US Open.
“Quando arriveremo allo stadio sarà la nostra fine” disse Mya. Non c’era luce alla fine del tubo. Tutto era scuro e stelle non se ne vedevano.
“Insieme ce la possiamo fare” risposi. Mya piangeva, però. E lo faceva nelle sue rotondità imperfette. Tutto il mondo era in silenzio mentre lei piangeva. Le dissi che se avesse provato a spingermi saremmo riusciti a uscire dal tubo e Mya iniziò a spingere
– Ce la puoi fare, Foster – Sentii una pressione enorme. Vidi un centimetro di aria oltre il coperchio del buco. Ce l’avevamo fatta. Prima di continuare la fuga chiedemmo alle altre palline se avessero voluto raggiungerci. Risposero in coro – No, grazie, noi accettiamo il nostro destino – e una di loro chiuse il coperchio.
Io e Mya ci ritrovammo a lottare contro lo scotch della scatola – Ci sei quasi, Foster! – Strappai lo scotch e rotolammo fino alla maniglia del portellone del furgone. L’afferrai e Mya mi urlò “Ce l’hai fatta, Ti am…”. Poi un suono assordante: una curva presa male e il portellone si richiuse. Il tipo aprì e trovò noi rotolare su e giù. Fummo scaricati allo stadio e piansi pezzi di rassegnazione a forma di lacrime.
–
Finale degli US Open. Ultimi punti. C’erano ancora 2 palline: io e Mya. Quando la vidi rotolare nel campo capii che non era la stessa pallina che avevo conosciuto prima di affrontare la vita. La vita ti piega e devi essere bravo a farti piegare nel senso giusto, che spezzarsi è un soffio. Anche se, penso lo abbiate capito, il momento in cui veniamo giocate è il momento in cui moriremo.
Mi avvicinai alla mia Mya e lei, in modo del tutto naturale, si avvicinò a me.
“Non sono riuscita a vivere il mio amore insieme a te, Foster”
“Io ti promisi che noi due ci saremmo salvati. E voglio mantenerla quella promessa” “Amore, è finita. Siamo le ultime due palline rimaste. Adesso lui si girerà e sceglierà uno di noi due.”
“Tu non sei perfetta Mya, ti hanno costruito meno forte di me, quindi ora ti darò una spinta e lui sceglierà me”
“Così rischi di morire.”
Non risposi.
Spinsi Mya e il futuro campione si voltò scegliendomi come previsto. Dopo il primo servizio mi ruppi tutto ma la mia anima era ancora viva. Guardai Mya con la coda dell’occhio e feci durare il game più del previsto. Ero stremato, ogni rotondità mi chiedeva di smetterla. Poi vidi Mya rotolare fuori e girarsi verso di me. Ci guardammo l’ultima volta. Gli US Open si erano conclusi, ed io, Foster, ne ero stato il protagonista. Perché avevo salvato la mia amata. Non faceva né caldo né freddo. Era solo la vita.
Mya vivrà in un parco di New York per il resto della vita, giocando con cani e bambini, pensandomi per sempre, ma ogni giorno un po’ di più.
Una volta Mya mi disse che amare secondo lei significava pensare continuamente qualcuno. Le risposi che per me voleva dire uscire da un tubo buio e ingannare il destino abbracciandosi.
